Mosele Giacomo, il “Barba” di Asiago
Non capita a tutti essere selezionati per le
Olimpiadi, prepararsi a scendere in pista per la 50 km e
poi essere mandato a
disputare una gara in Francia solo per lasciare la stanza alla famiglia di uno
dei boss della delegazione italiana. E’ avvenuto a Cortina, nel 1956,
all’albergo Venezia, dove alloggiava la squadra azzurra, e ancora oggi a Giacomo Mosele, il popolare “Barba” di Asiago, classe 1925, allora arruolato nella
Finanza, viene la bava alla bocca quando ci ripensa. Anni di sacrificio e, di
colpo, la speranza di fare bella figura si squaglia come neve al sole. “Ho
dovuto subire e, se non gli ho messo le mani addosso, è solo perché ho sempre
avuto rispetto dei superiori. Ma almeno la soddisfazione di mandare il capitano
a quel paese me la sono levata. Mi hai rubato il posto, gli ho detto a brutto
muso. Vergognati, sei peggio di una lavandaia”.
Uno sfogo che, in pratica, ha
messo fine alla sua carriera. Ancora qualche gara, ma senza più l’entusiasmo di
prima. Dal matrimonio con Marcella Cunico, cugina degli Stella (Valentino,
Gianfranco, Aldo e Roberto), famiglia di fondisti che dall’Altopiano di Asiago
ha poi preso la strada della Valle d’Aosta, alla Scuola Alpina, era nel
frattempo nata una figlia e, con essa, l’idea di costruirsi un avvenire al di
fuori del corpo militare. Idea realizzata prima con l’acquisto della terra sulla
quale era nato, in contrada Kaberlaba, e poi con la costruzione di un albergo,
in cima al primo dosso, ad un centinaio di metri dalla casa paterna. Un
preventivo di 40 milioni, una spesa di 100, tanti sacrifici per pagare questo
debito. Preso il patentino di maestro, proprio qui, al “Barba”, è nato uno dei
primi centri fondo. Erano usciti i primi sci Trak e tra le Ave e Kaberlaba il
terreno era ideale per i principianti e ha quindi cominciato a insegnare.
Fra albergo, scuola di sci, cura
dei boschi e della terra non è che gli avanzasse troppo tempo. Eppure i
molteplici impegni non gli hanno mai impedito di coltivare la sua grande
passione, la scultura del legno, che ora condivide con il marito della figlia
maggiore. Le loro opere sono sparse per tutto l’albergo, a rallegrare un
ambiente completamente rinnovato con la ristrutturazione del 1999. Ventidue
camere dotate di tutti i servizi, sale da gioco e di relax, deposito per
mountain bike. Un albergo moderno, sempre a gestione famigliare: adesso ci
pensano le figlie e il genero, ma i genitori non si limitano a fare i nonni. Per
quanto anziani, una mano la danno sempre; il Barba, poi, porta a spasso i
clienti e cura i suoi fiori in modo quasi maniacale. Non si fa più fondo, in
questa zona, e allora ha attrezzato percorsi nei boschi. Si avvicina agli 80, ma
non sente il peso dell’età e della fatica; anzi, ha sempre l’aspetto ma ancor
più lo spirito di un giovanotto. Sempre in movimento.
Ma che tipo di atleta era il Barba nei suoi anni migliori? “Sono diventato fondista per caso. La nostra era una famiglia numerosa, fatta di 7 maschi e 3 femmine. Si lavorava tutti in casa. Io allo sci non avevo mai pensato; mi piaceva di più saltare da un trampolino che avevamo ricavato in una conca sotto casa. Non usavamo gli sci, ma tavolette che mettevamo a mollo nel siero di latte per farle scorrere di più. I miei fratelli più giovani invece ci sapevano fare con il fondo. Bruno, classe 1928, era diventato campione italiano individuale e di staffetta fra i balilla; Gino, 1930, aveva vinto il campionato juniores; Pacifico, 1932, a 16 anni è andato in Australia, ma prima vinceva tutte le gare giovanili.
Io al fondo ci sono arrivato per
caso. Era in programma il Trofeo Campi di battaglia, che si disputa ancora oggi;
vi avrebbero partecipato gli azzurri reduci dai Mondiali di St. Moritz: i
favoriti erano Aristide e Severino
Compagnoni, Silvio Confortola, Arcangelo
Chiocchetti. In palio un orologio di valore. Un amico, Gastone Dalle Ave,
campione italiano degli avanguardisti, riuscì a convincermi a partecipare. Mi
prestò i suoi sci di allenamento e un paio di scarpe, che mi andavano strette.
Non avevo neppure la tuta. Portavo il vestito della festa e mi vergognavo a
farmi vedere come un pellegrino fra campioni di razza. Mi sono messo un
maglione, ho infilato i pantaloni nei calzettoni e ho preso il via. Il
riscaldamento non sapevo neppure cosa fosse, la tecnica neppure. Correvo sulle
salite, spingevo di braccia perché, facendo il taglialegna, ero forte. Muscoli
che sembravano intagliati nell’acciaio. Altro che palestra e pesi ..... Aristide
Compagnoni ci ha messo un pezzo per superarmi, e per farlo ha dovuto aspettare
il piano; all’arrivo mi ha fatto i complimenti. Avevo vinto la classifica dei 2°
e 3° categoria; davanti a me c’erano solo i 12 azzurri e un paio di altri atleti
di spessore.
Ed è stato così che ho cominciato la mia vita di atleta. La Finanza, che mi aveva adocchiato, mi voleva arruolare. Li ho fatti aspettare qualche mese, poi ho indossato la divisa. Era l’agosto del 1948. Però, malgrado gli allenamenti e gli insegnamenti, ho sempre patito grosse carenze tecniche. Ero come un camoscio, ma dove c’era da tirare il passo, non ci stavo proprio.Vincevo sempre la frazione in salita delle staffette alpine (Stelvio, Monte Canin, Monti Lussari), ho battuto l’olimpionico Cuel a Boscochiesanuova, ma quando la pista richiedeva tecnica e padronanza degli sci, per me era finita. Comunque sono arrivato due volte secondo ai campionati italiani e mi ero meritato la selezione per la 50 km olimpica. Mi ha tradito la camera dell’albergo: troppo bella e grande per un atleta, più adatta per la famiglia del capitano. Quella lavandaia ....”